Libero Comune


Già nelle seconda metà del 1200 gli uomini di LEFFE eleggevano i propri Consoli e compilavano i propri Statuti. Erano disposizioni stabilite in assemblea e regolavano ogni manifestazione del nascente Comune, erano delle vere e proprie leggi in quanto costituivano delle regole per determinare i doveri e i diritti degli abitanti. Lo Statuto era la Magna Carta del comune.
I compilatori degli statuti non si lasciavano mai sfuggire l’occasione per frenare gli abusi e per introdurre buone usanze; da tenere presente che lo spirito degli Statuti era democratico poichè le varie ordinanze venivano discusse ed approvate in assemblea tra il popolo. Tutti gli uomini di Leffe avevano il diritto e il dovere di votare dai 15 ai 70 anni.
Lo Statuto approvato veniva trascritto a mano in bella calligrafia su carta pergamenacea e rilegato tra due resistenti copertine di legno o di cuoio.
Una copia veniva poi esposta fuori dalla casa del Comune a disposizione della popolazione, assicurata al muro con una catena.
Era usanza che almeno sei volte all’anno un notaio del comune leggesse lo statuto e spiegasse gli ordinamenti in piazza davanti al popolo riunito in assemblea; questo era dovuto all’altissimo tasso di analfabetismo e anche perchè il testo era scritto in una specie di latino e quindi di difficile comprensione.
Una preziosa copia dell’antico originario Statuto di Leffe si conserva nell’archivio del Comune di Gandino.
Esaminando i vecchi statuti è evidente che il sistema amministrativo del Comune antico era formato da quattro magistrature: l’Aringo, la Credenza, il Consolato e il Podestà.
L’ Aringo (detto anche Consiglio Maggiore) era formato da tutti i capi famiglia del Comune che avevano il diritto e libertà di fare qualsiasi cosa ritenuta necessaria al Comune e venivano convocati sotto il portico della Chiesa di San Michele. Nessuno poteva mancare se non per grave impedimento pena una multa di 4 denari.
La Credenza era formata dai Credenderi che si occupavano delle cose pubbliche più delicate come la gestione dell’erario e delle relazioni con gli altri Comuni. I Credenderi erano tenuti all’obbligo del segreto e nessuno poteva avvicinarsi a loro durante le riunioni per non udire i discorsi pena una multa.
La Credenza era formata da 12 Credenderi che restavano in carica sei mesi e venivano eletti dall’Aringo.
Il Consolato era formato dai Consoli anche questi eletti dall’Aringo e duravano in carica un anno. Il loro compito era quello di reggere il Comune, dietro giuramento, con la massima serietà, giustizia e disinteresse, di osservare e far rispettare gli Statuti, di conservare e difendere gli onori e gli averi del Comune, di scacciare banditi e ladri.
Il Podestà aveva invece il compito di controllare l’operato di tutti gli organi collegiali e di amministrare il Comune.
Gli altri funzionari del Comune erano:
Il Tesoriere (o Canepario) cioè il contabile del comune.
I Fattori che controllavano due volte all’anno le finanze del Comune e l’operato dei Consoli
I Teleattori che avevano il compito di ripartire a fine anno tra tutti gli abitanti del Comune l’usufrutto delle rendite comunali ne caso ci fosse stato un guadagno oppure stabilire la quota che ogni abitante doveva dare in caso ci fosse stato un debito.
I Campai dovevano sorvegliare i boschi, i prati e tutti gli averi del Comune.
I Calcatori sorvegliavano i confini comunali e provvedevano a disporre la manutenzione di strade e sentieri alla quale dovevano prestarsi tutti gli abitanti.
I Servitores si occupavano di servizi di polizia e custodivano le persone fermate per reati.
I Campanari erano addetti alla proclamazione dei bandi del Comune e alla conservazione e manutenzione della campana e del campanile.
Nel Comune era poi indispensabile la figura del Notaio il quale doveva approntare tutte le scritture e gli atti necessari al Comune e ad ogni singolo abitante.
Tutte queste persone, per il periodo in cui restavano in carica, ricevevano un salario che rappresentava in un certo senso un risarcimento per il danno subito trascurando i loro interessi per dedicarsi a quelli del Comune, anche in considerazione del fatto che nessuno poteva rifiutare la carica in quanto sarebbe stata commisurata una multa di 5 soldi imperiali.
Le proprietà comunali erano formate da beni immobili della comunità; cioè la Chiesa, i mulini, le taverne, le acque, prati, boschi e strade.
Particolare attenzione era riservata alle legne del Comune ed ai pascoli.
Rigorose ordinanze erano stabilite per salvaguardare il culto, la Chiesa ed il buon vivere.
Ne cito alcune:

  • La taverna deve chiudere al farsi della sera e nessuno vi può stare dopo l’Ave Maria della sera né entrarvi prima dell’Ave Maria del mattino. Inoltre le hosterie devono restare chiuse durante le sacre funzioni.
  • Chi bestemmierà il nome di Dio, di Maria e dei Santi sarà punito come chi lavorerà dopo l’ora nona del sabato.
  • Nessuno di Leffe abbia a tenere gioco di dadi né in casa né fuori, né di giorno né di notte.
  • Nel cimitero è proibito stendere lana, biava od altro, segare l’erba e condurre bestie a pascolare, lo stesso è proibito fare nei sagrati delle chiese di San Michele e San Martino.
  • Nessuna donna osi entrare nella chiesa di San Michele per la stessa porta riservata agli uomini.

(Libro degli Statuti di Leffe – 1479 – Archivio Comunale di Leffe)
Tratto dal libro Leffe e le sue Chiese di Aldo Ghirardelli.