Quelle domeniche all’Oratorio


L’oratorio di Leffe era stato finalmente completato e noi ragazzini nati nei primi anni 50 vivevamo l’evento come qualcosa di prodigioso; avevamo aiutato i più grandi a togliere le zolle di erba dal campo sportivo e, dopo la scuola, passavamo interi pomeriggi a giocare al pallone.Allora non c’erano scarpe con i tacchetti o maglie agonistiche, men che meno allenatori. Semplicemente si giocava tra di noi ed erano partite interminabili con continui cambiamenti di fronte. D’estate, dopo le ore 18, quando gli operai uscivano dalle fabbriche, il campo si riempiva di giovanotti, soprattutto di Peia, e le beghe per poter giocare erano all’ordine del giorno. Si tornava a casa sudati, pieni di polvere e convinti di essere i giocatori più forti del mondo.
Ma l’oratorio si viveva soprattutto la domenica. Curato era Don Pietro Selogni, per noi ragazzini “ol Don Pierì”. La domenica alle 13,30, subito dopo il pranzo, si saliva all’Oratorio di San Martino, punto di raccolta di una moltitudine di giovani; le ragazze in quel periodo andavano dalle suore.
In attesa della funzione pomeridiana c’era chi giocava al pallone e chi a calcio balilla e tutti ci tenevamo ben stretti quelle 50 lire che poco più avanti avremmo speso per una gazzosa, una bustina di farina di castagne (farina de mondì) qualche stringa di liquirizia morbida.  Alle 14,30 iniziava la funzione religiosa; la chiesa di San Martino era gremita di giovani che riempivano i banchi. Immancabilmente iniziavano le spinte e le discussioni, tanto che il Don Pierì era costretto ad interrompere la cerimonia religiosa; scendeva tra i banchi e prendeva i più vivaci per il bordo delle orecchie e li faceva inginocchiare davanti all’altare.  La cerimonia riprendeva ma a volte, quando il povero prete non ne poteva più, qualche scappellotto arrivava a segno; quegli scappellotti ci hanno fatto crescere e a volte mi fanno ridere e pensare quegli educatori che consentono tutto o quasi ai ragazzi che non vanno assolutamente maltrattati ma qualche sberla quando ci vuole ci vuole ed è sicuramente data a fin di bene ed educativa.
Comunque, finita la funzione, si andava tutti nelle aule di dottrina; noi avevamo come insegnante il Signor Pietro Gelmi, diventato poi Preside delle Scuole Medie di Leffe. Era un’ora strana: c’era chi dormiva, chi guardava fuori dalla finestra, chi magari (erano pochi) seguiva la lezione. Per fortuna l’odiata ora di dottrina finiva e noi pregustavamo il momento più bello: il film proiettato nella nuova sala cinematografica dell’oratorio.  
I film solitamente erano di genere americano, con operazioni di guerra navale o, in alternativa, western vecchissimi. A dire il vero a noi la trama del film non interessava poi molto.  L’importante era prendere posizione nelle zone strategiche perché quando nella sala calava il buio iniziava la lotta, e che lotta!  Si begava con tutti, con gli amici e con i nemici, l’importante era fare casino e farsi sentire.
Immancabilmente la pellicola si rompeva o si bruciava e quando il Signor Spinelli accendeva le luci tutti noi ci guardavamo in giro per contare i morti. Poi tornava il buio e la lotta riprendeva.  
Nell’intervallo spendevamo quelle 50 lire che tenevamo preziose in tasca: la gazzosa di “Anglar” e le stringhe di liquirizia erano gli acquisti più gettonati.
Terminato il film tornavamo lentamente a casa e d’inverno scivolavamo giù per la scala ghiacciata di San Martino diventata una “lisarola” a prova di bob.
D’estate si facevano le ultime partite con le figurine dei calciatori; chi si avvicinava di più con il “piombo” al mazzetto posto per terra le vinceva tutte. Ovvio, il piombo era l’elemento vincente e chi riusciva ad averne uno bello grosso e pesante era avvantaggiato.
Erano le domeniche passate all’oratorio nella fine degli anni 50 e nei primi anni 60; a pensarci oggi erano domeniche bellissime anche perché si giocava tra ragazzi senza un soldo in tasca e c’era sempre qualcosa di nuovo da inventare.
I ragazzi o i giovani di oggi mi fanno molta tristezza e tenerezza. Hanno tutto ma sostanzialmente non hanno niente. Vivono nel riflesso di una società consumistica ma non sanno cosa vuol dire la vera amicizia; quell’amicizia che resta per tutta una vita e che scava dentro di te un sentimento profondo che non cambia mai nonostante gli anni che passano.

Carlo Martinelli